venerdì 17 aprile 2015

Embrace


Non mi sono mai piaciuti gli abbracci, è sempre stato per me un modo come un altro per nascondere il viso e con essa la possibilità di leggerne ogni ruga ed intenzione.
E' un atto di fiducia esporre in quel modo le proprie spalle, indifese, pronte a essere ferite e lacerate nel più doloroso dei modi.
Ma nelle braccia ancora forti di John Tyler mi ero sentita per la prima volta amata veramente.

Aghata, 16 Aprile 2517

"Non può passare senz..."
"Ma che si vada a far friggere."

Il trambusto aveva fatto alzare di scatto l'uomo che aveva riconosciuto la mia voce  mentre aprivo le porte dell'ufficio con entrambe le mani.

"Ma chi è la nuova imbecille che hai assunto come segretaria? Prima o poi te ne devo prendere io una come si deve."

L'uomo aveva sorriso alzando la mano alla segretaria per farla andare via e poi indicarmi accomodarmi.

"Credevo che non ti avrei più rivisto a meno che non fossi stato io a farti un'improvvisata. A cosa devo la tua visita?"
"Ho bisogno di guardarti in faccia mentre te lo chiedo. Perchè hai accettato la proposta di Adrian a suo tempo?"

Aveva inspirato intensamente mentre si versava da bere prima di ridacchiare tra sé e sé.

"Vi siete messi assieme..."
"Eh? Non divagare con la mia domanda, ti ho..."
"Non l'hai chiamato con il suo cognome." mi aveva guardato porgendomi un bicchiere "Sei felice con lui?"

Colta in fallo.

Son sempre stata brava a nascondere i miei sentimenti, celarli in fondo a un baratro dove l'oscurità copre tutto, compreso il fuoco che perennemente mi arde nel petto, ma quando si tratta di lui è complicato contenere un Big Bang di dimensioni paragonabili solo all'universo che vi è là fuori. 
E nessun universo così grande e maestoso può essere compresso troppo a lungo all'interno di un corpo così piccolo. La necessità di espandersi sino ai confini dello scibile umano sarà sempre più forte di qualsiasi altra cosa e così, in quel momento, avevo sorriso mentre dai miei occhi si poteva leggere ogni piccola sfumatura di quel Verse parallelo.
Aveva alzato il bicchiere in una sorta di brindisi mentre cercava di prendere posto di fronte a me. 

"E' per questa ragione che ho accettato. Per la tua felicità..."

***

Horyzon, pochi giorni prima

Potrebbe anche vestirsi da qualche maschera folcloristica ma avrei potuto riconoscere i suoi occhi tra mille. Quella sarebbe stata la nostra serata per alimentare quell'amore che nessuno può sapere se non noi due.
E, nel condividere parte di noi stessi l'un con l'altro, che era successo l' inaspettabile.

"Devo aspettarmi qualche ripercussione da tuo padre?"
"Non lo so, non lo sento più."

Non credo che avrei mai potuto perdonarlo per quello che mi aveva fatto, per come mi aveva trattato.

"Tu eri la sua priorità, lo sei sempre stata, anche quando ha acconsentito a quell'accordo, il motivo principale era la tua felicità... Scusami per, insomma..."

Aveva cercato di metterci l'uno contro l'altro e c'era riuscito e proprio quando aveva la sua vittoria in pugno era tornato indietro disposto persino ad andare contro il suo stesso orgoglio per chiedermi scusa. 

"Ti amo."

***

"Per una vita sono stato uno squalo negli affari, si, mi sono arricchito ma ho sempre allontanato chi mi stava attorno. Non me ne sono mai fatto un cruccio d'altronde con mia madre avevamo già deciso che avremmo selezionato personalmente un degno erede." e aveva mosso la mano in mia direzione indicandomi. "Ma quando ti ho adottato è...cambiato qualcosa. Chiamalo istinto paterno o quello che vuoi, ma mi interessava di più la tua felicità che qualsiasi cosa. Quel giovanotto mi ha sempre ricordato me alla sua età e il suo interesse nei tuoi confronti era palese. Cavolo! Ha ballato con te tutta una serata nonostante continuassi a pestargli volontariamente i piedi, chi è l'idiota che lo farebbe senza alcun sincero interesse?"

Avevamo riso un momento, non sapeva nemmeno che, qualche istante prima l'avevo minacciato con un coltello alla gola.

"E tu... nella tua ostinata altezzosità, hai sempre beatamente ignorato chi non ti interessava. Nel tuo odio vedevo la dipendenza che avevi nei suoi confronti. Un legame invisibile che non riuscivo a comprenderne la ragione. Solo quando ti ha baciato e ho visto come hai reagito ho avuto la certezza che ne fossi innamorata e che lui lo fosse altrettanto di te. Se eri riuscita a entrare così silenziosamente nel cuore di pietra di questo vecchio, ero certo che avessi fatto altrettanto nel suo. Siete due lupi solitari che si sono sempre cercati, Sophia..."

Le mani si erano allungate mentre avevo cercato di abbracciarlo.
Ero certa che non avrei più avuto contatti con lui e, se non fosse stato per Adrian, probabilmente non lo avrei veramente più cercato. Da che mi aveva adottato aveva cercato in più modi ad avere un vero legame con me, cosa che avevo sempre rifiutato.  Eppure in quel momento, nel calore delle sue braccia, avevo avuto indietro ciò che, tempo prima, mi era stato strappato via: 

un padre.

giovedì 9 aprile 2015

Jealousy

Horyzon, 8 Aprile 2517


Che cos'è l' amore?

Avevo creduto di averlo trovato in Pierre molto tempo fa, quando sognavo la libertà data da una promessa di matrimonio falsa come una banconota da sette dollari e un figlio illegittimo in grembo, ho iniziato a comprenderlo nel momento in cui Adrian mi aveva aperto gli occhi su di lui. Il risveglio dalla mia finta illusione, quando compresi che andasse letteralmente a prostitute, fu terribile. Ma nella distruzione totale vi era stata la creazione di qualcos'altro di più puro che solo adesso riesco a contemplare nella sua totalità.
Avevo giurato a me stessa che non avrei più rivisto nè sentito Adrian per nessuna ragione al mondo e, conoscendo il suo dannato orgoglio, ero certa che lui non si sarebbe fatto vivo ma, come al solito, 

avevo fatto i conti sbagliati.

Nel suo impaccio ben camuffato, avevo visto gli occhi di un uomo innamorato. 
Ma poteva l'arrogante Adrian Smoke essere veramente caduto nelle spire implacabili di un semplice sentimento o era solo parte di un piano?

"Avrei vinto due volte sposandoti. Avrei avuto il posto nell'azienda di tuo padre con la fedina pulita, e avrei avuto te."
"Si, da manipolare come meglio credevi."
"No, come mia pari."
"Se sei sincero, baciami."

Fossi stata una cliente non si sarebbe fatto il problema a farlo, ma verso di me non ha mai dimostrato la minima attenzione in pubblico per evitare fastidiose domande. Ero già pronta a girare i tacchi ed andarmene quando, una volta tiratomi a lui, aveva sigillato la sua promessa.

Era di nuovo nel mio letto ma, questa volta, privo di qualsiasi maschera.

Eppure, in quella strana serenità che la sua presenza riesce a infondermi, droga letale e silente, la consapevolezza di ciò che fosse e di cosa facesse mi divorava l'anima.

"Con quante sei andato? Intendo da che sei tornato?"
"Molte...da che ci siamo rivisti solo alcune."
"Una dozzina quindi..."

E nel veleno della gelosia che quelle parole mi suscitavano, vi erano altri sentimenti che facevano a cazzotti con la mia persona, qualcosa che non avevo mai sperimentato prima di quel momento. 

"[...] Da che sei tornato sono stata solo con te."
"[...] Posso fare a meno di loro...di te no. L'ho capito quando ho rischiato di perderti."
"Quindi anche io potrei andare con qualcun altro l'importante che 'tu sia l'unico'?"
"Si, a determinate regole che dovremmo concordare."
"Devo bere..."

La lealtà verso di lui e il saper perdonare qualsiasi cosa potesse farmi, a prescindere da quanto mi farà male, a prescindere da quanto sia in grado di affondare la sua lama nelle mie viscere e rigirarne il coltello mille volte.
Ho accettato un patto col Diavolo acconsentendogli di fare ciò che vuole nonostante ucciderei chiunque si avvicinasse a lui. Non sono mai stata gelosa, nemmeno possessiva delle mie cose, ma di lui...

Che cos'è quindi l'amore?

Una droga potente di cui non puoi fare a meno e per cui saresti disposta a fare qualsiasi cosa per averla accanto a te, persino bruciarti viva a poco a poco, soffocando te stessa, solo per quell'unico sorriso che sai sia sincero e che dedica esclusivamente a te.





giovedì 2 aprile 2015

Revelation


Horyzon, 3 Aprile 2517

"Il mio tesoro che mi chiama? Come stai?"
"Non chiamarmi più tesoro..." il tono di voce decisamente alterato
"Che succede?"
"Come hai potuto? Come hai lontanamente pensato che non sarei venuta a saperlo prima o poi?"
"Di cosa stai parlando Sophia?"
"TU... tu hai pianificato il mio matrimonio, hai..."

    Mi ero morsa con rabbia le labbra mentre maledicevo in cuor mio le uniche due persone che, in modi assurdi e del tutto insani, erano gli unici che abbia mai considerato "affetti".


***

poche ore prima

"Fin dal primo momento che ti ho vista ho sempre saputo che un giorno tu mi avresti portato vantaggio... quel vantaggio era John Tyler. Il nostro accordo era che lui mi avrebbe offerto protezione, in cambio io avrei dovuto sposarti..."

Imbrogliata.

     Lei, quella sempre in grado di leggere nel modo più corretto le persone, era stata letteralmente presa in giro da John Tyler e da Adrian Smoke che, da anni, avevano progettato un futuro dove lei diventava una semplice merce di scambio.
Libera, eppure sempre un oggetto.

"Che figlio di puttana...vendere propria figlia per avere un erede maschio a cui lasciare tutto e che sapesse amministrare al meglio l'azienda di famiglia."

     E, in quel momento, aveva continuato a ripetersi le parole che, tempo prima, in quella fatidica sera, aveva detto alla bionda.

*Ti mangerà, ti consumerà e ti sputerà come una cicca senza sapore.*

"Non provare a cercarmi più. Addio."


***

"Non ti perdonerò mai per avermi utilizzato come merce di scambio."
"Perchè vorresti farmi credere che non sei innamorata di quell'uomo?"

    Avevo iniziato a piangere silenziosamente mentre quella domanda era come tanti pugnali conficcati nel mio cuore. Avevo fatto passare alcuni minuti di silenzio prima di riuscire a trovare il coraggio di parlare.

"Sono follemente innamorata di lui, ma non lo avrei mai e poi mai costretto in qualcosa che sapevo che gli sarebbe stato troppo stretto. Non lo avrei mai obbligato ad amarmi, figuriamoci a sposarmi! Non chiamarmi più."

Nella mia vita ho sempre imparato a non fidarmi di nessuno cercando di sfruttare ciò che era possibile ma tenendo sempre un occhio ben allerta pronta a parare qualsiasi colpo.
Avevo abbassato la guardia con i due uomini più pericolosi ed ero rimasta nella merda.
Non avrei mai più concesso la mia fiducia a nessun altro.

E' una promessa.

giovedì 26 marzo 2015

Meeting

Aghata, 2510

"Mi potrebbe spiegare la ragione per cui dovrei farla risultare tra i miei collaboratori ben sapendo cosa fa? Perchè, diciamocelo, se l'Alleanza dovesse saperlo io e lei finiremmo nei guai, solo che io non ho capito per quale ragione dovrei rischiare per lei..."

John Tyler era seduto alla scrivania continuando a osservare quel giovane che, con straffottenza ed arroganza, si aggirava per lo studio toccando tutto.

"Quanto vuole bene a sua figlia?"
"Cosa c'entra mia figlia?"
"Diciamo che conosco Sophia da...diverso tempo e, se volessi, potrei farle molto male senza alzare un dito."

Lo aveva guardato negli occhi mantenendo la sua faccia da poker, tenendo ben per sè i suoi pensieri. Meglio evitare di dire che, l'ultima volta che si erano visti alla festa per l'adozione di lei era finito a ritrovarsi un coltello puntato alla gola proprio dalla giovane. L'uomo aveva sospirato pesantemente prima di aprire bocca.

"Ho visto un certo...interesse nei suoi confronti all'ultima festa che ha presenziato. Anche se ammetto di non averla mai vista ballare così male e goffamente." rise appena boffonchiando. "Ha intenzione di prenderla in giro?"
"Mi creda Signor Tyler, ho passato troppo tempo a investire su di lei per giocare."

Non sembrava esserne convinto e così, giusto per mandare un messaggio chiaro e inequivocabile, aveva fatto la sua mossa poche ore più tardi, baciando in mezzo la sala Sophia Tyler, il giorno della festa della sua Laurea.

***

Horyzon, 18 Marzo 2517

"Tesoro mio..." aveva sospirato "devi andare avanti ormai sono passat..."
"Non hai capito papà. Adrian è vivo."

Erano passati diversi attimi in cui sembrava che fosse caduta la linea.

"Papà sei ancora lì?"
"Sei certa di quello che dici?"

Il tono di voce era strano, indecifrabile dall'holotelefono.

"Si che sono certa" *mi ha baciato* "ci siamo visti al casinò, tutto bene?"
"Al casinò? Quante volte ti ho detto di utilizzare in modi differenti la tua abilità di leggere gli altri?"
"Non hai risposto..."
"Va tutto bene. Ora cerca di riposare, ok? Buonanotte tesoro."

La comunicazione s'era interrotta e, dall'altra parte del sistema centrale un uomo aveva iniziato ad agitarsi.


***

 Horyzon, 27 Marzo 2517

"Che cosa mi state nascondendo tu e mio padre?"
"Non lo vedo dal giorno della festa della tua Laurea, quindi se sta confabulando qualcosa , lo sta facendo da solo."
"Sai, mi era sembrato felice di sapere che fossi vivo."

[messaggio sul cortex pad di Adrian da numero sconosciuto
Credo che io e lei dobbiamo terminare una conversazione iniziata sette anni fa.
Sa dove trovarmi. 
John Tyler

sabato 21 marzo 2015

Embers

    22 Marzo 2517, Horyzon 


    Esausta respiro piano osservando le prime luci dell'alba che si vedono dalla finestra.
Posso sentire i suoi occhi sulla mia schiena come il desiderio che, come brace latente, sussurra un languido "ancora".
Mi alzo per andare a bere, preoccupandomi di mettermi solo una sua camicia per evitare di prendere troppo freddo. La casa è un disastro ed ogni angolo è un flash back che mi fa percorrere un brivido lungo la schiena.
Bevo con calma un bicchiere d'acqua cercando di spegnere quell'incendio che ha acceso prendendomi i fianchi, ma sembra che si vaporizzi ancora prima che raggiunga la gola.
Sento i suoi passi sul parquet avvicinarsi, afferrarmi nel medesimo modo con cui mi ha preso poco prima. Gli porgo il bicchiere tentando di dissetare almeno lui. 
Non c'è alcuna necessità di parlare, sono gli occhi a comunicare quanto sia inutile quel gesto visto che non è di acqua di cui ha bisogno. 

"Devo farmi una doccia prima di andare..." 

Un invito morbido e seducente, come i datteri succosi della nostra terra.
E, nella nuova battaglia che si consuma tra getti colorati, essenze profumate e vapori, mi sento solo una marionetta in balia delle sue mani.

[più tardi, su un vecchio e consunto quaderno, accanto a una poesia con data 25.12.2504, ne viene scritta un'altra.]

Prendimi.
Portami via da tutti i miei dubbi, 
dalle nostre bugie
dai falsi sorrisi e le maschere. 
Tienimi.
Stringimi al tuo petto
sino a farmi del male, 
per non lasciarmi scivolare via dalle dita. 
Baciami.
Come se non potessimo vedere più l'alba, 
delicato come una carezza, 
poderoso come un selvaggio predatore
Possiedimi.
Anima e corpo, mente e spirito, 
fusi in una sola essenza 
che profuma del deserto di Mashaad

***

"Perchè sei venuto qui Adrian? Sai bene che non ti dirò il nome del mio cliente."
"Non me ne frega niente del nome del tuo cliente. Sono qui per te."

sabato 14 marzo 2015

Deep eyes

Capital City, 18 Marzo 2517

   Il sonno era volato via ormai da diverse ore, continuavo a fissare il soffitto osservando le luci riflesse dei lampioni fuori di casa.
Il telefono aveva squillato e, questa volta, non avevo fatto passare più di qualche secondo prima di prenderlo.

"Pronto?"
"Oh, ma sei sveglia? Pensavo ci avresti messo di più per rispondere."
"Vorresti farmi credere che, sin'ora, mi hai chiamato di notte con il puro e sadico intento di svegliarmi?"
"Ehm... no, no, figuriamoci."

    Non ci avevo creduto minimamente conoscendo gli scherzi idioti di cui è sempre stato capace di fare ma, in quel momento, non avrei avuto le forze di arrabbiarmi per niente. La mia mente era altrove, oltre i cieli di Capital City, oltre il sistema Centrale.

"Ho rivisto gli occhi di Adrian."
***

Clackline, 18 Marzo 2498

"Si! Così!"
"Stendilo di brutto!"
"E chi se lo immaginava che la nuova menasse così bene..."

   A cavalcioni sopra un ragazzetto più o meno della stessa età, degli occhi verdi furiosi stavano malmenando il viso di chi l'aveva presa in giro per il suo sogno di libertà.
La confusione aveva allarmato gli invitati della festa per il matrimonio del figlio maggiore della famiglia Petit, come il padrone di casa che aveva afferrato la ragazzina per i capelli tirandola via dall'altro schiavo.

"Tu...la devi piantare di creare casini!"

    La rabbia si leggeva attraverso quegli occhi di fuoco che sembravano non volersi arrendere a niente.
Scandalizzati uomini e donne perbene la stavano osservando con quei capelli sfatti, le nocche sbucciate e sanguinanti e la faccia sporca di terra e sudore.
Solo due occhi scuri stavano andando al di là di quello che vi era davanti notandone la forza d'animo incredibile e la dignità che, nonostante la posizione, le impediva di abbassare la testa.
Sorrideva, nonostante la stessero "disciplinando" a bastonate di fronte a tutti. Sapeva che se ne sarebbe andata di lì presto.
Aveva organizzato tutto ed era già riuscita a recuperare la chiave che le serviva per aprire il collare con il gps, ora doveva solo aspettare e far si che tutti si ubriacassero il più possibile alla cerimonia.
Era rimasta sveglia osservando il soffitto, combattendo contro il sonno mantenendo il pensiero rivolto al suo piano. Si era mossa con cautela, in silenzio, cercando di raggiungere la cucina dove la cuoca lasciava sempre la chiave della porta secondaria appesa al muro. A luce spenta aveva tastato il muro alla ricerca di qualcosa e, solo dopo qualche istante, si era accesa la luce mostrando un giovane, poco più che ventenne, che la stava fissando con qualcosa tra le mani.

"Cercavi questa?"
"..."

    Aveva sorriso, un sorriso bastardo di quelli di chi hanno capito anche senza che gli hai fornito una risposta. 

"Se hai intenzione di scappare oggi ti consiglio di evitarlo. Piove e potresti scivolare cercando di scavalcare il muro. Di fatto potresti fare la più grande cavolata della tua vita o rimetterci la pelle."

    Aveva lasciato la chiave sul tavolo e semplicemente aveva aspettato che facessi la sua mossa. Si era mossa rapida la ragazzina per arrancare l'ultimo pezzo per ottenere la sua libertà e aveva aperto la porta. 

"Hai intenzione di avvisare gli altri appena me ne andrò?"
"Assolutamente no. Ho visto un fuoco dentro di te, uno di quelli che si vedono raramente. Sei sprecata per essere una schiava, questo è certo, ma dubito che questa sia la maniera migliore per ottenere ciò che vuoi."
"Pensi troppo per i miei gusti."

    Aveva semplicemente risposto chiudendo la porta dietro di sé fiondandosi verso l'albero che avrebbe usato per superare il muro a protezione della casa.
Pochi minuti più tardi il rumore di qualcosa che cadeva e l'urlo di una ragazzina aveva svegliato anche i sonni più pesanti. Era scivolata rompendosi una gamba. Il primo ad accorrere era stato proprio Vincent Petit che, capendo ciò che aveva tentato di fare, aveva optato per una punizione esemplare. Trascinandola per i capelli, fregandosene delle sue urla di dolore per la gamba dolorante per la frattura, sino alla sala principale.

"Stupida ragazzina."

A poco a poco si riempiva la sala delle stesse facce di coloro che, poco prima, avevano assistito alla sua "bastonata esemplare".

"Quando ti rassegnerai che sei solo una stupida schiava? Non lo vuoi capire con le buone che sei di mia proprietà? Molto bene."

Aveva fatto un semplice cenno ad uno dei suoi collaboratori che aveva capito. Era andato a prendere un ferro che, dopo averlo scaldato per bene nel fuoco del caminetto che si stava spegnendo, l'aveva passato al padrone che, quasi con godimento, aveva marchiato a fuoco con un giglio, simbolo della casata, la carne tenera della giovane. L'urlo era riecheggiato ma più le faceva del male, più la rabbia le cresceva nel petto come un buco nero che più risucchia, più diventa grande.

"Sei mia...di mia proprietà e sarà così sino a quando lo deciderò io. Ora hai capito lurida schiava?"

E, in mezzo ai sussurri pietosi, le risa sprezzanti, gli scherni e gli insulti, tutto veniva ovattato catturato da due pietre senza amore né odio né pietà che erano fisse in quelle verdi di lei, in silenzio.


***

Casinò Skiplex, 14 Marzo 2517

C'era qualcosa nel suo sguardo che aveva attirato l'attenzione della donna, difficile capire cosa, di fatto la mettevano in soggezione distraendola dal suo gioco.
Aveva rinunciato, alla fine, ben sapendo che non riusciva a concentrarsi. Più si diceva che la sua mente le faceva brutti scherzi, più si sentiva oppressa da un senso di nausea.
Aveva cercato un po' di conforto nel belvedere, sarebbe stato sufficiente prendere una boccata d'aria, scaricare i nervi e tornare tra i tavoli da gioco, più carica che mai, ma si era ritrovata l'uomo di prima di fronte a lei con il suo bicchiere in mano.

"Avrebbe potuto portarmi le fishes invece del bicchiere. La ringrazio per il whisky"
"Prego...Sophia."

*Sembra lui*

"tu..."

Occhi quasi lucidi nel collegare tutti i segnali che aveva ignorato durante quel testa a testa.

*ma non può essere lui.*

"Tu..."

Si era avvicinata protendendo la mano verso di lui come alla ricerca di quel contatto fisico per farle comprendere che non stava sognando e non era un'allucinazione. 

*Adrian Smoke era morto.*

"TU!"

    La rabbia delle verdi si era riversata con tutta la sua forza in uno schiaffo bendato che gli aveva fatto girare la faccia. Non aveva reagito, non aveva detto nemmeno una parola mentre lei lo odiava e l'amava per non essere morto ed essere reale tanto quanto il bruciore sul palmo della mano. 
Cercarne le labbra, assaggiarle di nuovo, morderle, graffiarlo e tastare ogni sensazione che aveva provato quell'ultima volta che si erano visti alla festa, era diventato un desiderio naturale, un istinto primordiale. 
Un bacio che, come ogni loro incontro, era una lotta per la supremazia dell'altro.
Nessun romanticismo, nessun sussurro dolce, nessun sospiro d'amore, solo il simbolo di un territorio marcato da ambo le parti nuovamente.
Si erano allontanati senza nemmeno salutarsi, chiedersi perchè, o semplicemente sapere la ragione di quel lungo distacco. Aveva digitato qualcosa sul suo cpad e aveva aperto la comunicazione.

"Signor Hunter? Ho del lavoro per lei..."

***

"Tesoro mio..." aveva sospirato "devi andare avanti ormai sono passat..."
"Non hai capito papà, Adrian è vivo."

venerdì 6 marzo 2015

Death


Horyzon, 6 Marzo 2517

    Continuavo a guardare la pioggia cadere oltre la finestra del mio appartamento mentre tentavo di tamponare la ferita che mi ero fatta distruggendo non so quante cose abbia trovato nel mio cammino.
Alle mie spalle l'open space era un campo di battaglia.



pochi minuti prima


    Aveva squillato l'holotelefono e avevo aperto la chiamata riconoscendo facilmente il viso dell'uomo che avevo di fronte.

"Signor Hunter, è da parecchio che non ci sentiamo."
"Buonasera signorina Tyler, effettivamente... ma avrei delle informazioni da darle."
"Informazioni?"
"Si, si ricorda che mi aveva messo a pedinare un po' di tempo fa il signor Smoke? Ma dopo il bombardamento su Hera avevo perso totalmente le sue tracce?"
"Beh... mi sembra ovvia la ragione. E' morto."
"E' quello che abbiamo sempre creduto entrambi ma vede..."
"La smetta..." strinsi i pugni sussurrando così a bassa voce che nemmeno mi aveva sentito.
"...credo di averlo incrociato un paio di giorni fa mentre stavo pedinando un'altra persona."
"Ho detto di smetterla..." appena più udibile ma non per l'investigatore che sembra essere preso in ciò che sta dicendo.
"Ecco gli ho anche sca.."
"Adesso basta!!"

   Gli occhi verdi e furiosi erano rimasti attaccati all' holomonitor mentre cercavo di contenere qualsiasi tipo di emozione.

"Adrian Smoke è morto."

L'uomo, dalla barba sfatta, era rimasto qualche istante a osservarmi e aveva annuito. 

"Probabilmente potrei essermi sbagliato. Le invio per sicurezza le foto che ho scattato e...mi scusi ancora per il disturbo."

    Erano arrivate subito dopo tre semplici immagini di un uomo ancora nella maturità dei suoi anni in compagnia di un' espanica dalle forme generose.
Il dolore di una vecchia cicatrice che si riapriva era diventato lancinante mentre si riempiva di veleno. Bile, verde come i miei occhi, si tramutava in una furia che si scatenava contro qualsiasi oggetto in grado di distruggersi come le mie ossa che le sentivo sgretolarsi sotto il peso della bruciante verità. 

Era lui, ma non poteva essere lui.


*Adrian Smoke è morto.*


***


Aghata, 15 Luglio 2511

"Sophia? Sophia posso entrare?"

    La voce dell'uomo è bassa, rassicurante, è lì davanti a quella porta chiusa da un pezzo ma si sta rassegnando. 

"Non puoi non mangiare nemmeno oggi. Ti ammalerai."

     Seduta sul bordo della finestra che da sul deserto alle spalle di Mashdad, resta a fissare il Sole morire dietro le dune di sabbia. China lo sguardo sulla stoffa che stringe tra le mani, un pezzo di seta gialla strappato da qualcos'altro.

"Lasciami da sola."

*Adrian Smoke è morto*