Visualizzazione post con etichetta JohnTyler. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta JohnTyler. Mostra tutti i post

venerdì 17 aprile 2015

Embrace


Non mi sono mai piaciuti gli abbracci, è sempre stato per me un modo come un altro per nascondere il viso e con essa la possibilità di leggerne ogni ruga ed intenzione.
E' un atto di fiducia esporre in quel modo le proprie spalle, indifese, pronte a essere ferite e lacerate nel più doloroso dei modi.
Ma nelle braccia ancora forti di John Tyler mi ero sentita per la prima volta amata veramente.

Aghata, 16 Aprile 2517

"Non può passare senz..."
"Ma che si vada a far friggere."

Il trambusto aveva fatto alzare di scatto l'uomo che aveva riconosciuto la mia voce  mentre aprivo le porte dell'ufficio con entrambe le mani.

"Ma chi è la nuova imbecille che hai assunto come segretaria? Prima o poi te ne devo prendere io una come si deve."

L'uomo aveva sorriso alzando la mano alla segretaria per farla andare via e poi indicarmi accomodarmi.

"Credevo che non ti avrei più rivisto a meno che non fossi stato io a farti un'improvvisata. A cosa devo la tua visita?"
"Ho bisogno di guardarti in faccia mentre te lo chiedo. Perchè hai accettato la proposta di Adrian a suo tempo?"

Aveva inspirato intensamente mentre si versava da bere prima di ridacchiare tra sé e sé.

"Vi siete messi assieme..."
"Eh? Non divagare con la mia domanda, ti ho..."
"Non l'hai chiamato con il suo cognome." mi aveva guardato porgendomi un bicchiere "Sei felice con lui?"

Colta in fallo.

Son sempre stata brava a nascondere i miei sentimenti, celarli in fondo a un baratro dove l'oscurità copre tutto, compreso il fuoco che perennemente mi arde nel petto, ma quando si tratta di lui è complicato contenere un Big Bang di dimensioni paragonabili solo all'universo che vi è là fuori. 
E nessun universo così grande e maestoso può essere compresso troppo a lungo all'interno di un corpo così piccolo. La necessità di espandersi sino ai confini dello scibile umano sarà sempre più forte di qualsiasi altra cosa e così, in quel momento, avevo sorriso mentre dai miei occhi si poteva leggere ogni piccola sfumatura di quel Verse parallelo.
Aveva alzato il bicchiere in una sorta di brindisi mentre cercava di prendere posto di fronte a me. 

"E' per questa ragione che ho accettato. Per la tua felicità..."

***

Horyzon, pochi giorni prima

Potrebbe anche vestirsi da qualche maschera folcloristica ma avrei potuto riconoscere i suoi occhi tra mille. Quella sarebbe stata la nostra serata per alimentare quell'amore che nessuno può sapere se non noi due.
E, nel condividere parte di noi stessi l'un con l'altro, che era successo l' inaspettabile.

"Devo aspettarmi qualche ripercussione da tuo padre?"
"Non lo so, non lo sento più."

Non credo che avrei mai potuto perdonarlo per quello che mi aveva fatto, per come mi aveva trattato.

"Tu eri la sua priorità, lo sei sempre stata, anche quando ha acconsentito a quell'accordo, il motivo principale era la tua felicità... Scusami per, insomma..."

Aveva cercato di metterci l'uno contro l'altro e c'era riuscito e proprio quando aveva la sua vittoria in pugno era tornato indietro disposto persino ad andare contro il suo stesso orgoglio per chiedermi scusa. 

"Ti amo."

***

"Per una vita sono stato uno squalo negli affari, si, mi sono arricchito ma ho sempre allontanato chi mi stava attorno. Non me ne sono mai fatto un cruccio d'altronde con mia madre avevamo già deciso che avremmo selezionato personalmente un degno erede." e aveva mosso la mano in mia direzione indicandomi. "Ma quando ti ho adottato è...cambiato qualcosa. Chiamalo istinto paterno o quello che vuoi, ma mi interessava di più la tua felicità che qualsiasi cosa. Quel giovanotto mi ha sempre ricordato me alla sua età e il suo interesse nei tuoi confronti era palese. Cavolo! Ha ballato con te tutta una serata nonostante continuassi a pestargli volontariamente i piedi, chi è l'idiota che lo farebbe senza alcun sincero interesse?"

Avevamo riso un momento, non sapeva nemmeno che, qualche istante prima l'avevo minacciato con un coltello alla gola.

"E tu... nella tua ostinata altezzosità, hai sempre beatamente ignorato chi non ti interessava. Nel tuo odio vedevo la dipendenza che avevi nei suoi confronti. Un legame invisibile che non riuscivo a comprenderne la ragione. Solo quando ti ha baciato e ho visto come hai reagito ho avuto la certezza che ne fossi innamorata e che lui lo fosse altrettanto di te. Se eri riuscita a entrare così silenziosamente nel cuore di pietra di questo vecchio, ero certo che avessi fatto altrettanto nel suo. Siete due lupi solitari che si sono sempre cercati, Sophia..."

Le mani si erano allungate mentre avevo cercato di abbracciarlo.
Ero certa che non avrei più avuto contatti con lui e, se non fosse stato per Adrian, probabilmente non lo avrei veramente più cercato. Da che mi aveva adottato aveva cercato in più modi ad avere un vero legame con me, cosa che avevo sempre rifiutato.  Eppure in quel momento, nel calore delle sue braccia, avevo avuto indietro ciò che, tempo prima, mi era stato strappato via: 

un padre.

giovedì 2 aprile 2015

Revelation


Horyzon, 3 Aprile 2517

"Il mio tesoro che mi chiama? Come stai?"
"Non chiamarmi più tesoro..." il tono di voce decisamente alterato
"Che succede?"
"Come hai potuto? Come hai lontanamente pensato che non sarei venuta a saperlo prima o poi?"
"Di cosa stai parlando Sophia?"
"TU... tu hai pianificato il mio matrimonio, hai..."

    Mi ero morsa con rabbia le labbra mentre maledicevo in cuor mio le uniche due persone che, in modi assurdi e del tutto insani, erano gli unici che abbia mai considerato "affetti".


***

poche ore prima

"Fin dal primo momento che ti ho vista ho sempre saputo che un giorno tu mi avresti portato vantaggio... quel vantaggio era John Tyler. Il nostro accordo era che lui mi avrebbe offerto protezione, in cambio io avrei dovuto sposarti..."

Imbrogliata.

     Lei, quella sempre in grado di leggere nel modo più corretto le persone, era stata letteralmente presa in giro da John Tyler e da Adrian Smoke che, da anni, avevano progettato un futuro dove lei diventava una semplice merce di scambio.
Libera, eppure sempre un oggetto.

"Che figlio di puttana...vendere propria figlia per avere un erede maschio a cui lasciare tutto e che sapesse amministrare al meglio l'azienda di famiglia."

     E, in quel momento, aveva continuato a ripetersi le parole che, tempo prima, in quella fatidica sera, aveva detto alla bionda.

*Ti mangerà, ti consumerà e ti sputerà come una cicca senza sapore.*

"Non provare a cercarmi più. Addio."


***

"Non ti perdonerò mai per avermi utilizzato come merce di scambio."
"Perchè vorresti farmi credere che non sei innamorata di quell'uomo?"

    Avevo iniziato a piangere silenziosamente mentre quella domanda era come tanti pugnali conficcati nel mio cuore. Avevo fatto passare alcuni minuti di silenzio prima di riuscire a trovare il coraggio di parlare.

"Sono follemente innamorata di lui, ma non lo avrei mai e poi mai costretto in qualcosa che sapevo che gli sarebbe stato troppo stretto. Non lo avrei mai obbligato ad amarmi, figuriamoci a sposarmi! Non chiamarmi più."

Nella mia vita ho sempre imparato a non fidarmi di nessuno cercando di sfruttare ciò che era possibile ma tenendo sempre un occhio ben allerta pronta a parare qualsiasi colpo.
Avevo abbassato la guardia con i due uomini più pericolosi ed ero rimasta nella merda.
Non avrei mai più concesso la mia fiducia a nessun altro.

E' una promessa.

giovedì 26 marzo 2015

Meeting

Aghata, 2510

"Mi potrebbe spiegare la ragione per cui dovrei farla risultare tra i miei collaboratori ben sapendo cosa fa? Perchè, diciamocelo, se l'Alleanza dovesse saperlo io e lei finiremmo nei guai, solo che io non ho capito per quale ragione dovrei rischiare per lei..."

John Tyler era seduto alla scrivania continuando a osservare quel giovane che, con straffottenza ed arroganza, si aggirava per lo studio toccando tutto.

"Quanto vuole bene a sua figlia?"
"Cosa c'entra mia figlia?"
"Diciamo che conosco Sophia da...diverso tempo e, se volessi, potrei farle molto male senza alzare un dito."

Lo aveva guardato negli occhi mantenendo la sua faccia da poker, tenendo ben per sè i suoi pensieri. Meglio evitare di dire che, l'ultima volta che si erano visti alla festa per l'adozione di lei era finito a ritrovarsi un coltello puntato alla gola proprio dalla giovane. L'uomo aveva sospirato pesantemente prima di aprire bocca.

"Ho visto un certo...interesse nei suoi confronti all'ultima festa che ha presenziato. Anche se ammetto di non averla mai vista ballare così male e goffamente." rise appena boffonchiando. "Ha intenzione di prenderla in giro?"
"Mi creda Signor Tyler, ho passato troppo tempo a investire su di lei per giocare."

Non sembrava esserne convinto e così, giusto per mandare un messaggio chiaro e inequivocabile, aveva fatto la sua mossa poche ore più tardi, baciando in mezzo la sala Sophia Tyler, il giorno della festa della sua Laurea.

***

Horyzon, 18 Marzo 2517

"Tesoro mio..." aveva sospirato "devi andare avanti ormai sono passat..."
"Non hai capito papà. Adrian è vivo."

Erano passati diversi attimi in cui sembrava che fosse caduta la linea.

"Papà sei ancora lì?"
"Sei certa di quello che dici?"

Il tono di voce era strano, indecifrabile dall'holotelefono.

"Si che sono certa" *mi ha baciato* "ci siamo visti al casinò, tutto bene?"
"Al casinò? Quante volte ti ho detto di utilizzare in modi differenti la tua abilità di leggere gli altri?"
"Non hai risposto..."
"Va tutto bene. Ora cerca di riposare, ok? Buonanotte tesoro."

La comunicazione s'era interrotta e, dall'altra parte del sistema centrale un uomo aveva iniziato ad agitarsi.


***

 Horyzon, 27 Marzo 2517

"Che cosa mi state nascondendo tu e mio padre?"
"Non lo vedo dal giorno della festa della tua Laurea, quindi se sta confabulando qualcosa , lo sta facendo da solo."
"Sai, mi era sembrato felice di sapere che fossi vivo."

[messaggio sul cortex pad di Adrian da numero sconosciuto] 
Credo che io e lei dobbiamo terminare una conversazione iniziata sette anni fa.
Sa dove trovarmi. 
John Tyler

sabato 14 marzo 2015

Deep eyes

Capital City, 18 Marzo 2517

   Il sonno era volato via ormai da diverse ore, continuavo a fissare il soffitto osservando le luci riflesse dei lampioni fuori di casa.
Il telefono aveva squillato e, questa volta, non avevo fatto passare più di qualche secondo prima di prenderlo.

"Pronto?"
"Oh, ma sei sveglia? Pensavo ci avresti messo di più per rispondere."
"Vorresti farmi credere che, sin'ora, mi hai chiamato di notte con il puro e sadico intento di svegliarmi?"
"Ehm... no, no, figuriamoci."

    Non ci avevo creduto minimamente conoscendo gli scherzi idioti di cui è sempre stato capace di fare ma, in quel momento, non avrei avuto le forze di arrabbiarmi per niente. La mia mente era altrove, oltre i cieli di Capital City, oltre il sistema Centrale.

"Ho rivisto gli occhi di Adrian."
***

Clackline, 18 Marzo 2498

"Si! Così!"
"Stendilo di brutto!"
"E chi se lo immaginava che la nuova menasse così bene..."

   A cavalcioni sopra un ragazzetto più o meno della stessa età, degli occhi verdi furiosi stavano malmenando il viso di chi l'aveva presa in giro per il suo sogno di libertà.
La confusione aveva allarmato gli invitati della festa per il matrimonio del figlio maggiore della famiglia Petit, come il padrone di casa che aveva afferrato la ragazzina per i capelli tirandola via dall'altro schiavo.

"Tu...la devi piantare di creare casini!"

    La rabbia si leggeva attraverso quegli occhi di fuoco che sembravano non volersi arrendere a niente.
Scandalizzati uomini e donne perbene la stavano osservando con quei capelli sfatti, le nocche sbucciate e sanguinanti e la faccia sporca di terra e sudore.
Solo due occhi scuri stavano andando al di là di quello che vi era davanti notandone la forza d'animo incredibile e la dignità che, nonostante la posizione, le impediva di abbassare la testa.
Sorrideva, nonostante la stessero "disciplinando" a bastonate di fronte a tutti. Sapeva che se ne sarebbe andata di lì presto.
Aveva organizzato tutto ed era già riuscita a recuperare la chiave che le serviva per aprire il collare con il gps, ora doveva solo aspettare e far si che tutti si ubriacassero il più possibile alla cerimonia.
Era rimasta sveglia osservando il soffitto, combattendo contro il sonno mantenendo il pensiero rivolto al suo piano. Si era mossa con cautela, in silenzio, cercando di raggiungere la cucina dove la cuoca lasciava sempre la chiave della porta secondaria appesa al muro. A luce spenta aveva tastato il muro alla ricerca di qualcosa e, solo dopo qualche istante, si era accesa la luce mostrando un giovane, poco più che ventenne, che la stava fissando con qualcosa tra le mani.

"Cercavi questa?"
"..."

    Aveva sorriso, un sorriso bastardo di quelli di chi hanno capito anche senza che gli hai fornito una risposta. 

"Se hai intenzione di scappare oggi ti consiglio di evitarlo. Piove e potresti scivolare cercando di scavalcare il muro. Di fatto potresti fare la più grande cavolata della tua vita o rimetterci la pelle."

    Aveva lasciato la chiave sul tavolo e semplicemente aveva aspettato che facessi la sua mossa. Si era mossa rapida la ragazzina per arrancare l'ultimo pezzo per ottenere la sua libertà e aveva aperto la porta. 

"Hai intenzione di avvisare gli altri appena me ne andrò?"
"Assolutamente no. Ho visto un fuoco dentro di te, uno di quelli che si vedono raramente. Sei sprecata per essere una schiava, questo è certo, ma dubito che questa sia la maniera migliore per ottenere ciò che vuoi."
"Pensi troppo per i miei gusti."

    Aveva semplicemente risposto chiudendo la porta dietro di sé fiondandosi verso l'albero che avrebbe usato per superare il muro a protezione della casa.
Pochi minuti più tardi il rumore di qualcosa che cadeva e l'urlo di una ragazzina aveva svegliato anche i sonni più pesanti. Era scivolata rompendosi una gamba. Il primo ad accorrere era stato proprio Vincent Petit che, capendo ciò che aveva tentato di fare, aveva optato per una punizione esemplare. Trascinandola per i capelli, fregandosene delle sue urla di dolore per la gamba dolorante per la frattura, sino alla sala principale.

"Stupida ragazzina."

A poco a poco si riempiva la sala delle stesse facce di coloro che, poco prima, avevano assistito alla sua "bastonata esemplare".

"Quando ti rassegnerai che sei solo una stupida schiava? Non lo vuoi capire con le buone che sei di mia proprietà? Molto bene."

Aveva fatto un semplice cenno ad uno dei suoi collaboratori che aveva capito. Era andato a prendere un ferro che, dopo averlo scaldato per bene nel fuoco del caminetto che si stava spegnendo, l'aveva passato al padrone che, quasi con godimento, aveva marchiato a fuoco con un giglio, simbolo della casata, la carne tenera della giovane. L'urlo era riecheggiato ma più le faceva del male, più la rabbia le cresceva nel petto come un buco nero che più risucchia, più diventa grande.

"Sei mia...di mia proprietà e sarà così sino a quando lo deciderò io. Ora hai capito lurida schiava?"

E, in mezzo ai sussurri pietosi, le risa sprezzanti, gli scherni e gli insulti, tutto veniva ovattato catturato da due pietre senza amore né odio né pietà che erano fisse in quelle verdi di lei, in silenzio.


***

Casinò Skiplex, 14 Marzo 2517

C'era qualcosa nel suo sguardo che aveva attirato l'attenzione della donna, difficile capire cosa, di fatto la mettevano in soggezione distraendola dal suo gioco.
Aveva rinunciato, alla fine, ben sapendo che non riusciva a concentrarsi. Più si diceva che la sua mente le faceva brutti scherzi, più si sentiva oppressa da un senso di nausea.
Aveva cercato un po' di conforto nel belvedere, sarebbe stato sufficiente prendere una boccata d'aria, scaricare i nervi e tornare tra i tavoli da gioco, più carica che mai, ma si era ritrovata l'uomo di prima di fronte a lei con il suo bicchiere in mano.

"Avrebbe potuto portarmi le fishes invece del bicchiere. La ringrazio per il whisky"
"Prego...Sophia."

*Sembra lui*

"tu..."

Occhi quasi lucidi nel collegare tutti i segnali che aveva ignorato durante quel testa a testa.

*ma non può essere lui.*

"Tu..."

Si era avvicinata protendendo la mano verso di lui come alla ricerca di quel contatto fisico per farle comprendere che non stava sognando e non era un'allucinazione. 

*Adrian Smoke era morto.*

"TU!"

    La rabbia delle verdi si era riversata con tutta la sua forza in uno schiaffo bendato che gli aveva fatto girare la faccia. Non aveva reagito, non aveva detto nemmeno una parola mentre lei lo odiava e l'amava per non essere morto ed essere reale tanto quanto il bruciore sul palmo della mano. 
Cercarne le labbra, assaggiarle di nuovo, morderle, graffiarlo e tastare ogni sensazione che aveva provato quell'ultima volta che si erano visti alla festa, era diventato un desiderio naturale, un istinto primordiale. 
Un bacio che, come ogni loro incontro, era una lotta per la supremazia dell'altro.
Nessun romanticismo, nessun sussurro dolce, nessun sospiro d'amore, solo il simbolo di un territorio marcato da ambo le parti nuovamente.
Si erano allontanati senza nemmeno salutarsi, chiedersi perchè, o semplicemente sapere la ragione di quel lungo distacco. Aveva digitato qualcosa sul suo cpad e aveva aperto la comunicazione.

"Signor Hunter? Ho del lavoro per lei..."

***

"Tesoro mio..." aveva sospirato "devi andare avanti ormai sono passat..."
"Non hai capito papà, Adrian è vivo."

venerdì 6 marzo 2015

Death


Horyzon, 6 Marzo 2517

    Continuavo a guardare la pioggia cadere oltre la finestra del mio appartamento mentre tentavo di tamponare la ferita che mi ero fatta distruggendo non so quante cose abbia trovato nel mio cammino.
Alle mie spalle l'open space era un campo di battaglia.



pochi minuti prima


    Aveva squillato l'holotelefono e avevo aperto la chiamata riconoscendo facilmente il viso dell'uomo che avevo di fronte.

"Signor Hunter, è da parecchio che non ci sentiamo."
"Buonasera signorina Tyler, effettivamente... ma avrei delle informazioni da darle."
"Informazioni?"
"Si, si ricorda che mi aveva messo a pedinare un po' di tempo fa il signor Smoke? Ma dopo il bombardamento su Hera avevo perso totalmente le sue tracce?"
"Beh... mi sembra ovvia la ragione. E' morto."
"E' quello che abbiamo sempre creduto entrambi ma vede..."
"La smetta..." strinsi i pugni sussurrando così a bassa voce che nemmeno mi aveva sentito.
"...credo di averlo incrociato un paio di giorni fa mentre stavo pedinando un'altra persona."
"Ho detto di smetterla..." appena più udibile ma non per l'investigatore che sembra essere preso in ciò che sta dicendo.
"Ecco gli ho anche sca.."
"Adesso basta!!"

   Gli occhi verdi e furiosi erano rimasti attaccati all' holomonitor mentre cercavo di contenere qualsiasi tipo di emozione.

"Adrian Smoke è morto."

L'uomo, dalla barba sfatta, era rimasto qualche istante a osservarmi e aveva annuito. 

"Probabilmente potrei essermi sbagliato. Le invio per sicurezza le foto che ho scattato e...mi scusi ancora per il disturbo."

    Erano arrivate subito dopo tre semplici immagini di un uomo ancora nella maturità dei suoi anni in compagnia di un' espanica dalle forme generose.
Il dolore di una vecchia cicatrice che si riapriva era diventato lancinante mentre si riempiva di veleno. Bile, verde come i miei occhi, si tramutava in una furia che si scatenava contro qualsiasi oggetto in grado di distruggersi come le mie ossa che le sentivo sgretolarsi sotto il peso della bruciante verità. 

Era lui, ma non poteva essere lui.


*Adrian Smoke è morto.*


***


Aghata, 15 Luglio 2511

"Sophia? Sophia posso entrare?"

    La voce dell'uomo è bassa, rassicurante, è lì davanti a quella porta chiusa da un pezzo ma si sta rassegnando. 

"Non puoi non mangiare nemmeno oggi. Ti ammalerai."

     Seduta sul bordo della finestra che da sul deserto alle spalle di Mashdad, resta a fissare il Sole morire dietro le dune di sabbia. China lo sguardo sulla stoffa che stringe tra le mani, un pezzo di seta gialla strappato da qualcos'altro.

"Lasciami da sola."

*Adrian Smoke è morto*



venerdì 27 febbraio 2015

Adoption


27 Febbraio 2517, Horyzon

Avevo sussultato sentendo il telefono e avevo storto le labbra leggendo il nome sul display.

"Che c'è?"
"Buongiorno anche a te raggio di Sole."
"E' notte e piove..."
"Ancora non riesco a regolarmi con questo maledetto fuso orario, comunque tutto bene? Mi sembri più scontrosa del solito."
"Tutto bene, inizio ad annoiarmi, mi manca qualcosa..."
"Io lo so che ti manca. Ti avevo anche organiz..."
"No. Col cavolo che mi sposo Pà."
"Sei troppo categorica. Ma credo anche di capire perchè. Non l'hai mai superato, vero?"
"Chi? Cosa? Non capisco di cosa stai parlando."
"Ma sì, lo sai! Come si chiamava il rampollo che c'aveva l'armeria su Hera? Andres? No aspetta..."

    Avevo stretto con tutta la forza l'apparecchio e non so per quale strana ragione non gli ho gridato di tutto facendo risalire dalla tomba un fantasma che tormenta anche troppo spesso il mio sonno.

"Perchè hai chiamato?"
"Ah si giusto! Volevo farti gli auguri. E' vero che ti ho strappato ai Petit a Gennaio, ma le carte dell'adozione erano arrivate solo in Febbraio, ricordi?"

Avevo sorriso mestamente rimanendo in silenzio per la cecità di quell'uomo così testardo.


***
24 Settembre 2504, Clackline

"Ho nel grembo il figlio bastardo di tuo figlio." l'uomo s'era ammutolito. "Bene, ora che ho la sua attenzione ci tengo a precisare una cosa: mi chiami un'altra volta piccola lurida schiava e giuro che la sua bella azienda che vive in questa cittadina così...ortodossa, chiuderà i battenti in poco tempo. Ora..." s'era accomodata accavallando le gambe e aveva sorriso. "parliamo di affari."
    La ragazza era rimasta impassibile mentre il capofamiglia sembrava stesse boccheggiando. Conosceva bene la tenacia di quella giovane donna, la conosceva da che aveva provato a iniziare a scappare appena l'aveva comprata, come del suo odio viscerale per lui per averla marchiata come un animale. Ora aveva dentro di sè tutte le carte in regola per rovinarlo.

"Gliela faccio facile. Io firmo un contratto dove prometto di abortire, a spese vostre ovviamente, e di tacere su questa relazione, lei mi venderà a chi le indicherò io. Se ci pensa bene, non ci va nemmeno a rimettere... costi per l'aborto a parte."
"A chi dici tu? Parli come se avessi già trovato un compratore così stupido da volere una schiava così ribelle."
"Non è esattamente un compratore." aveva sorriso e non aveva dato altre indicazioni. "Lo prendo come un sì?"

***

poche settimane prima

"Signora, la borsa!"

    Un ragazzino, dalla mano lesta, stava per afferrare una bella somma di denaro e, grazie all'urlo della giovane schiava, si era dato alla fuga.
L'anziana donna, una signorotta visibilmente benestante, sembrava essere rimasta piacevolmente colpita dall'onestà della ragazza nonostante il collare che pesava sulla sua gola.
Si erano messe a chiacchierare del più e del meno sino a che non arrivò il figlio della donna che ne decantò le qualità raccontandogli, per filo e per segno, il coraggio della giovane.

"Come ti chiami?"
"Sophia."
"Solo Sophia?"
"Una schiava è già tanto se ha un nome."
"E non ti piacerebbe se le cose fossero diverse? Se fossi libera?"

    Aveva sorriso la ragazza, ancora accecata da stupidi sentimenti e false speranze future, rifiutando l'offerta dell'uomo che, mosso da chissà cosa, sembrava aver visto in quella schiava più di quello che appariva.
Non aveva fatto pressioni il signore lasciandole solo un biglietto da visita.

"Se cambi idea o ti trovi nei guai puoi contattare questo numero."

***



25 Settembre 2504, Clackline

    S'era rigirata tra le dita diverse volte quel biglietto trasparente prima di trovare il coraggio, d'altronde erano passate diverse settimane e, si sa, che la parola di qualcuno è sempre molto volubile.
Alla fine si era decisa a comporre il numero.

"Pronto?"

Aveva riconosciuto quella stessa voce che le aveva dato il biglietto e aveva trattenuto il fiato.

"John Tyler? Sono Sophia, la ragazza di Clakcline, ricorda? Avrei bisogno di un favore da chiederle..."

Dall'altra parte del Verse, un uomo in vestaglia, stava sorridendo.

"Ricordo... stavo aspettando la tua chiamata."

Aveva riagganciato l'uomo dopo una lunga conversazione di mezz'ora. La madre, svegliata dal chiacchiericcio in fondo al corridoio, si era avvicinata al figlio chiedendogli chi fosse a chiamare a quell'ora così tarda.
Non aveva risposto voltandosi sorridendole felice.

"Credo che, finalmente, abbiamo trovato quella giusta." 

martedì 23 dicembre 2014

Connecting

Horyzon, 24 Dicembre 2014


    Nel cuore della notte arriva una chiamata sul mio cpad. A tastoni cerco di prenderlo facendo cadere un paio di cose che erano sul comodino, prima di attivare l'audio.

"Spero che sia morto qualcuno, o presto lo sarà..."
"Buongiorno anche a te my little Sunshine."
"Papà...sono le..." apre un occhio sul monitor del cpad che in quel momento, sembra un faro della luce. "quattro del mattino. Che cosa c'è?"
"Ah! Ancora devo regolarmi con questo dannato fuso orario."
"Eh, magari..."
"Beh, ma tanto ormai sei sveglia."
"..."
"Allora, come vanno le cose su Horyzon?"
"Vanno."
"Ti sei fatta nuovi amici?"

Amici...come se ne avessi mai avuti.

***

"Grazie per aver pagato lì nel pub. Me la sarei vista brutta."

   Avevo aiutato quell'uomo a pezzi anche se non è nella mia natura farlo, forse solo per non sentirmi più in nessun modo in debito con lui. Eppure, anche mentre gli aggiustavo il bavero del cappotto prima di farlo entrare nel taxi, era come sapessi che dovessi preoccuparmene in qualche modo.

"Ok, casa mia, cucini tu e decidi il perché."

     La persona più cocciuta che abbia avuto tra i piedi, mi aveva lanciato una sfida e, come ogni volta che succede, sono incapace di tirarmene indietro. Forse troverò il modo per far si che perda ogni minimo interesse nei miei confronti o, molto probabilmente, l'ho già trovato.

"Vuoi sapere che cosa succede? Lei è attratta da te, e no, non sei una amichetta come ti dice, [...] Quindi, prima che tu le spezzi il cuore e lei si faccia mille castelli in aria su cosa siete e sarete, parlatevi."

    Ero stata brutale ma per una buona causa, chiamiamola "buona azione" anche se il tatto non è decisamente il mio forte in questi casi.


***

"Ehi? Sei ancora con me, Sophia?"
"Eh? Ah si scusa, ho sonno."
"Mh... dicevo ti sei fatta nuovi amici?"
"No."
"Sophia, sei una psicologa. Leggi le persone con la stessa facilità con cui leggi un libro in arabo, la tua lingua madre, e non riesci a farti degli amici?"
"Buonanotte papà."
"Ma..."

    Avevo chiuso la chiamata spegnendo direttamente il cpad borbottando qualcosa mentre tentavo di prendere sonno inutilmente. Alla fine la vocina fastidiosa di Jhon Tyler mi aveva convinto ad alzarmi accendendo la luce. Avevo rovistato nel cestino della scrivania sino a trovare il foglietto sgualcito con un indirizzo. L'avevo spiegazzato sbuffando mentre aprivo il portafoglio riponendolo accanto a un pezzo di stoffa gialla conservata gelosamente. Solo una lamentela era uscita dalle mie labbra:

"Dannato papà."

mercoledì 17 dicembre 2014

Mask

   Horyzon, 2516

    Continuo a sospettare che dovrei imparare a farmi i cocktail da sola, forse smetterei di incontrare persone che, puntualmente, cercano di attaccare bottone con me. 
A volte può essere divertente variare ma, purtroppo, la maggioranza di coloro che incrocio sono noiosi e prevedibili. 

    Osservo i loro visi che si susseguono nella mia mente come fotogrammi di un holofilm muto in bianco e nero.
Non vedo tonalità, non vedo brillantezza, ma solo ciò in cui peccano.
Come il bel ragazzo decisamente ossessionato dal sesso. Era bastata una strusciata per farlo eccitare, e non mi ero nemmeno impegnata. O il damerino di Horyzon deciso a riscattarsi facendo una brillante carriera nella flotta sino a diventare qualcuno, magari ammiraglio, eppure mi parlava sotto gli effetti di una sbronza colossale.

"Da domani sarò un uomo nuovo."

   Ne ho visti di persone così. La cosa triste è che dicono con la massima sincerità che "avrebbero smesso" eppure, puntualmente, tornano nel mio studio con gli stessi drammi, gli stessi problemi e le stesse mancanze.
Gli ultimi sono stati il ragazzino che si sente troppo grande per la sua vera età. Parla e beve come un uomo mentre ancora non ha nemmeno una parvenza di barba sotto il mento, e la donna rimmer che prova con tutta se stessa a essere ciò che non è: una corer.

"Mi classificate e non mi date nemmeno la possibilità di parlare. [...]"

No
Non ce n'è bisogno.
Almeno, la maggioranza delle volte.

Osservo scene già viste solo sotto tonalità di grigio differenti.
Mi aveva detto John Tyler che studiare psicologia mi avrebbe forgiato, mi avrebbe reso una donna sensibile e più propensa all'empatia, all'altruismo. Lui ci credeva davvero.
Ma l'università mi ha solo aperto ancora più gli occhi su chi ho davanti ed è, semplicemente, terrificante.

Penetro nelle menti altrui guardandone gli occhi attentamente, osservando la disperazione nel gesto che, per alcuni può essere goliardico o coraggioso. Ma vi sono chissà quali problemi di stima o traumi infantili in chi ha un vero chiodo fisso con il sesso, o quali siano i sentimenti di indegnità di un uomo che si attacca a una bottiglia mentre sogna la grandiosità, o ancora il desiderio di piacere a tutti per ciò che, probabilmente, si pensa che si deve essere invece di coltivare ciò che naturalmente abbiamo dimenticandoci chi realmente siamo.

***

Aghata, 2510

"Mia cara, dovresti imparare a essere più dolce."
"Non sono un dessert, John."
"Papà...lo sai che puoi chiamarmi papà adesso."
"..."
"Ok, ok...vogliamo parlare del figlio degli Smoke che ti ha baciato l'altra sera?"
"No."
"Ecco era questa l'acidità di cui ti parlavo. Sei scappata e l'hai mollato in mezzo alla sala."
"Tu non capisci..."

    Si sta innervosendo la giovane donna mentre stringe un po' di più il coltello del burro fermandosi di spalmare la marmellata.

"Cosa c'è da capire, ti ha baciato in mezzo a un centinaio di persone."
"Non tutti i sorrisi sono sinceri, non tutti i gesti sono disinteressanti, non vi è così tanto amore e bontà come pensi tu in questo Verse."
"Appunto, non è disinteressato."

    Aveva sbattuto forte le mani sul tavolo alzandosi di scatto, gli aveva rivolto i suoi occhi furiosi e taglienti mentre la voce era rimasta poco più di un sussurro. Avesse potuto ringhiare l'avrebbe anche fatto.

"No, tu non capisci. Mi hai fatto studiare per comprendere le persone e più le osservo percependo le loro emozioni che mi scorrono sulla pelle, nelle vene, più provo pena per loro, non compassione. Non accettano di avere difetti, si spingono in avanti per ottenere la perfezione in un mondo imperfetto."
"Si chiama educazione e desiderio di migliorarsi."
"Dare una mano di bianco su un muro crepato che sta per crollare non è educazione, è ipocrisia. Allo stesso modo indossano maschere per celare la loro vera faccia, la loro vera natura. Io non nascondo ciò che sono. Sorrido se ne ho voglia, se mi interessa qualcosa so ascoltare ed essere amabile, ma non elargisco complimenti e pacche sulle spalle solo perchè qualcun altro ne sente terribilmente la necessità di sentirsi amato e apprezzato. Il parere altrui è volubile come l'aria, le persone amano chi si sa amare nella giusta misura, tutto il resto... sono solo balle."

Aveva sospirato l'uomo scuotendo la testa rassegnato.

"Ne riparleremo un'altra volta. Ora siediti per favore, finiamo la colazione."